Angolo Creativo

Figlio come assenza di dolore

Quando quella goccia di vita si  adagia nel ventre di una donna, le emozioni che ne seguono sono le più intense e straordinarie di tutta l’esistenza.
Ci si sente complete, appagate, si dà più senso al nostro essere, ci si sente depositarie di qualcosa di grande ed indescrivibile.
Avere una vita dentro è come accogliere e nutrire un miracolo dove il visibile, il corpo che cambia, non è niente rispetto all’invisibile, che è quello che si sente.
Ci si avvicina ad una forma di spiritualità sconosciuta, alla solennità della grandezza della natura e alla dolce  e forte sensazione di farne parte.
Ricordo ancora, all’inizio del terzo mese della mia prima gravidanza, il giorno che sono stata svegliata, a tradimento, dal primo, tenero movimento, simile al leggero battito d’ali di una farfalla.
Era una domenica mattina e quell’inaspettato movimento mi ha colta di sorpresa , coinvolgendomi con emozioni contrastanti come la paura, lo stupore, la gioia, lo sgomento, la curiosità, la gioia.
E da quel momento in poi, da quando la vita nella vita si manifesta, tutto diventa altro da noi e parte di noi, sempre più familiare ed irrinunciabile.
Il corpo che lentamente si trasforma è la conferma di quella presenza e lo si inizia a guardare con tenera curiosità e tutto diventa solo amore e dolcezza infinita.
Si rivive la prima, consapevole trasformazione dell’adolescenza, quando quel corpo ci ha tradite per la prima volta con cambiamenti non richiesti e quasi mai accettati. Ma adesso, grazie a quelle prime trasformazioni, obbligatorie e naturali, ci si ritrova a diventare madri e si diventa riconoscenti a quel periodo rifiutato ed incerto che invece ci ha permesso questo stato di completezza.
Alla donna è stata concessa l’opportunità di finire dove inizia un altro essere e, a sua volta, questo essere finisce ed inizia in noi.
E’ un’esperienza speciale, di fusione e appartenenza, che renderà per sempre questo rapporto  unico nel suo genere.
Questa visceralità discriminerà , in seguito, quello che un a madre ed un padre proveranno  per il figlio.
Entrambi i legami saranno forti, intensi e profondi  ma  di diversa intensità e natura. 
Quando una donna, dopo la fase espulsiva , adagia suo figlio ancora con il cordone ombelicale a sé, può, commossa, guardare una parte di sé, profondamente intima e conosciuta .
Invece il padre, emozionato, sfiorerà dolcemente un nuovo essere.
Quello che  è familiare  per la madre  è sconosciuto al padre .
Il resto del rapporto con il figlio terrà conto per sempre di questa partenza affettiva , non maggiore o peggiore, ma solo diversa.
L’esperienza di avere un figlio è rispettivamente gioia mentre è dentro, dolore nella fase espulsiva, sollievo e ancora gioia quando nasce.
Il travaglio apre le porte al dolore più grande e sono molti i momenti in cui ci si avvicina alla morte e, questo stare tra la vita e la morte ,può rendere il rapporto con la vita diverso perché la si teme di meno.
Tutto si supera, basta che non venga toccato un figlio, che dovrebbe morire sempre dopo i genitori.
Se l’ordine si inverte, i genitori muoiono da vivi.
E anche qui , il dolore di una madre e di un padre  creano devastazioni ed emorragie emotive ma con modalità diverse.
Per la madre sarà  perdere anche quella visceralità  che ha caratterizzato fin dall’inizio quel profondo, simbiotico, coinvolgente legame.

Il travaglio ha messo sempre a dura prova la donna : sono tante quelle che hanno perso e  continuano a perdere la loro vita .
Durante il travaglio,  c’è sempre un momento in cui,  sul volto della donna, traspare il volto della sua morte, come se , per avvicinarsi alla vita si debba toccare, anche per solo un istante, la morte.
In fondo, mettere al mondo e morire sono la stessa cosa, nascita e morte sono una cosa sola : si nasce da un punto, nella vita si gira per tornare a quel punto e poi la morte sarà grande per la vita che farà sorgere e così via.
Grazie al travaglio, il corpo si prepara, fisicamente al grande strappo e, psicologicamente, all’immagine di nostro figlio che verrà svelata.
Ed è proprio questa voglia e curiosità che ci dà la forza per superare tanto dolore.
E nel preciso momento dell’espulsione, quando solennemente si assiste e si diventa testimoni del più intenso miracolo ed evento della natura, ecco
che il dolore scompare.
Si tocca la morte come condizione necessaria per ritornare alla vita
Si baratta il dolore con la morte che viene sfiorata e questa lo trasforma in vita.
IL dolore raggiunge la massima intensità possibile, ci si avvicina a quel sottile confine e poi lo sgusciare del bambino coincide con l’assenza di dolore e si confonde solo con gioia , emozione , orgoglio, pienezza, amore completo.
E poi, con gli anni, si scopre che un figlio lo si ri-partorisce tante altre volte in una stessa vita.
E continua il dolore e segue la liberazione.

Tutto è ciclico ed inesorabilmente passa, passa il dolore, passa la gioia.
Quella manina fredda che stringe la nostra nel primo giorno di scuola, la prima delusione, l’emozione nel giorno della prima comunione, il primo amore, le notti insonni passate alla finestra ad aspettare, la necessità di lasciarli andare mentre, a tradimento, ricompare  ancora quel dolore viscerale di allora, che fa ridire alle madri  che anche questa volta è troppo forte da sopportare e si pensa di non farcela e si ritocca quel confine tra vita e morte.
Ma ecco che, come allora, si può assistere, con rinnovata commozione, ad una nuova espulsione, questa volta quella di un adulto, forte, onesto, sincero, che sa ancora riempirti di gioia ed orgoglio, come quando l’hai visto quella prima volta.
E l’inutilità che ci regala, diventa il regalo più bello per aver rinunciato ad una parte di lui.
E  magari , quando  riconoscente, dirà “grazie per avermi lasciato andare “ si diventerà testimoni di un altro parto, altrettanto emozionante, che ancora una volta provocherà l’assenza di dolore e lascerà il posto solo alla gioia più grande della vita, che procede inesorabilmente sempre e solo in avanti.

 

Bambini con lo zaino

Guardo mio figlio dalla finestra.
Ha lo zaino sulle spalle.
Sta raggiungendo il padre per trascorrere il week-end.
Il tempo si ferma.
Penso a ciò che gli ho promesso in sala parto e a ciò che mio malgrado non ho mantenuto.
“Mamma con chi sto questa settimana?”
Doppia camera da letto, doppi pigiami, doppio spazzolino.
Non dev’essere facile.
Neanche per lui.
“Professoressa ho dimenticato il libro a casa di mio papà”.
Casa del papà e casa sua….
Prima c’era una casa e basta.
“ Con chi devo stare la vigilia di Natale ?”
Penso alle vigilie di prima, con il caminetto acceso ed i regali della mamma con il papà.
Adesso ci sono quelli di mamma e quelli di papà.
Forse questo non richiede poi tanti sacrifici…
Bambini con lo zaino,
coraggiosi, che continuano a sorridere e a dare
e non sanno di essere stati traditi.
Bambini che privati di un diritto così grande
ce la fanno lo stesso.
A volte improvvisamente si intristiscono
e cercano la consolazione in un abbraccio improvviso

Bambini forti.

Ho pensato a tutte queste cose in così poco tempo…..
E adesso sto guardando lui, che sta entrando in quella macchina che tanto gli piace.
Quella macchina che lo allontana da me e scivola via, elegante .
Fino a domani sera.
Mi allontano dalla finestra e vedo il suo pallone
e mi sembra di sentire i colpi dei suoi tiri.
E sorrido, mentre mi sembra di udire anche il suo urlo “Goal!!!”
I bambini hanno mille risorse.
I bambini riconoscono ciò che è.
Chiamano le cose con il loro nome.
Dio quanto lo amo !
E come gli sono riconoscente per aver capito…..
Tiro un calcio al suo pallone.
E il ricordo del suo sorriso  mi  scalda almeno  il cuore,
in questa casa improvvisamente fredda e troppo vuota.
Fino a domani sera, quando , con lo zaino, ritornerà.

A casa non di papà.
Non di mamma.
Ma finalmente  a casa SUA.

 

Il Caleidoscopio

Fin da bambina , ho provato sempre intense emozioni nel guardare il caleidoscopio.
Aveva un che di magico e misterioso che mi attirava particolarmente.
Amavo sedermi per terra, in un angolo della mia cameretta, ad ammirare le forme ed i colori che uscivano da quel semplice oggetto.
Non mi sono mai chiesta come funzionasse né, credo, avrei voluto saperlo.
Ricordo che mi rilassava quando ero nervosa, mi faceva compagnia quando ero sola, mi accontentava quando volevo sognare, mi riportava il buon umore quando ero arrabbiata, mi faceva sognare quando ero innamorata.
C’era un piccolo, grande mondo tra me e questo oggetto misterioso, che creava complicità e faceva nascere sempre stati d’animo particolari.
Oggi direi che mi riconduceva al mio “centro”.
A volte, ero attratta solo dai colori caldi come il giallo, il rosso, l’arancione, altre invece dalle tonalità del blu, turchese azzurro o dai colori verdi e, altre volte ancora, da tutti questi colori messi insieme che riuscivano a  togliermi il fiato per l’emozione.
E poi le forme che di volta in volta si creavano e si ricreavano e si ricreavano ancora e ancora, con un ritmo ordinato ma incessante.E ancora adesso a, volte, lo contemplo.
E continuo a stupirmi.
E ad emozionarmi.
E penso alla vita, che a volte appare come un disegno bellissimo, con colori stupendi.
E mi fermo ad ammirarla estasiata, perché mi piace, semplicemente.
Così com’è.
E penso, ingenuamente come allora, che quell’ immagine sia così bella il tanto da  poter rimanere.
Per sempre.
Ma invece,  basta una piccola , impercettibile mossa ed i cristalli si scompongono e si ricompongono  velocemente, andando a  formare un nuovo disegno, diverso per forma e colore .
Mi piacerebbe che ci fosse più tempo, tra  un’immagine e l’altra, ma invece succede tutto così in fretta, senza lasciare il tempo di capire……
Ma forse non si deve capire.
E non è detto che la forma ed i colori precedenti, che così tanto ci piacevano, non lascino invece il posto ad una immagine diversa e, inaspettatamente, migliore……

 

La ruota degli innocenti

Esco dall’albergo e anziché girare come sempre a sinistra, verso il Duomo, svolto a destra.
Con a mano mio figlio mi trovo al centro di una grande piazza, mai vista prima.
“ Questo l’è  l’Orfanotrofio degli Innocenti !” mi spiega un passante nel suo vivace dialetto fiorentino.
Mi avvicino sotto al grande porticato, davanti ad una finestra sbarrata, sotto la quale si legge:

                “Questa fu per quattro secoli, fino al 1875,
                                 la Ruota degli Innocenti
                           segreto rifugio di miserie e di colpe
                           alle quali perpetua soccorre
                           quella carità che non serra porte.”

“L‘ è qua, “prosegue il signore, “che le madri abbandonavano i bambini.
E tiravano questa catenella di ferro che faceva suonare una campana all’interno e allora o le suore o le balie capivano che c’era in bambino da accogliere”.
“Mamma, come può una mamma abbandonare il suo bambino?”
Gli accarezzo la testa e lo stringo a me.
Il fenomeno dell’abbandono dei bambini rappresentava una pratica diffusa nell’antichità.
Mi posiziono davanti alla Ruota e mi viene spontaneo fare un inchino.
Stiamo per qualche attimo in  un rispettoso silenzio ed è come se sentissi tutto il dolore di quelle madri.
Stringo ancora più forte a me mio figlio e l’unica cosa che riesco a dirgli è che quelle madri hanno si rinunciato ai loro figli tra errori, fame , povertà e carestie ma non hanno esitato nel dare ugualmente la vita. 
Sono state mamme coraggiose, vittime anche loro quanto i loro figli.
E mi sono poi emozionata , all’interno dell’orfanotrofio, davanti ad una bacheca che racchiudeva i “segni”,  ovvero piccoli oggetti, che la madre o chi per lei, nascondeva tra le fasce dei piccoli, come monete spezzate, pezzi di stoffa, preghiere o raccomandazioni scritte, affinché venisse garantita una migliore accoglienza o favorito, soprattutto, un futuro riconoscimento.


Essere costrette a rinunciare ad un figlio è una delle situazioni più contro –natura che esista.
Lo si può vedere anche quando si è costrette ad abortire.
Una cliente, felicemente sposata,  si era rivolta a me perché, pur avendo amore e danaro, sentiva dentro di sé qualcosa di incompiuto che la allontanava dalla possibilità di essere felice.
Non aveva mai dato importanza ad un aborto, avvenuto quando lei aveva solo sedici anni. Di quel giorno, l’unica cosa che ricordava, era il “rumore dei ferri” in sala operatoria, prima dell’anestesia.
Attraverso una visualizzazione, è stato incluso nel suo sistema il bambino a cui aveva dovuto rinunciare per volontà dei genitori.
E’ stata invitata a dargli un volto, un corpo, un nome lasciando che tutto il dolore avesse lo spazio che meritava.
Era il dolore della guarigione, che onorava quel  bambino mai nato.
Emozionata, ha riferito poi che per la prima volta le appariva chiaro il perché ogni anno, nel mese di maggio, incomprensibilmente, offriva rose alla Madonna, la Madre di tutti.
Suo figlio sarebbe  proprio nato a maggio….
La Maternità, quel sentire un essere di pochi millimetri crescere o interrompersi dentro, va oltre la vita o la morte perché rimane, semplicemente, per sempre.
E solo se ci si inchina davanti alla morte o al destino difficile di un figlio a cui si deve rinunciare, ciò che rimane della vita si trasforma e diventa prezioso, come l’amore che solo quando è consapevole dell’addio cresce traboccando.

Studio Michela Piu
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